CHRISTIANE GOGOIS-MYQUEL: “MADRE IN SEDICESIMO” DI ALBERTINE SARRAZIN

 

Le Vigan (Francia, Dipartimento del Gard, nelle Cévennes), 26 luglio 2005, mattino.
Ho raggiunto da Montpellier questa cittadina per incontrarmi con la psichiatra Christiane Gogois-Myquel, colei cui Albertine Sarrazin ha dedicato il suo romanzo La Cavale con le parole: “A mia madre in sedicesimo, la dottoressa Gogois-Myquel”.
La sera avanti avevo preso contatto telefonico con Claire Gogois, che mi aveva fissato un appuntamento con la madre per l’indomani a mezzogiorno.
Non ho idea del traffico, temo qualche errore nella scelta della strada, per cui parto molto per tempo;  soprattutto non voglio arrivare in ritardo al rendez-vous così gentilmente concesso.
Come spesso accade in simili circostanze, arrivo a Le Vigan con un notevole anticipo.
 Per far trascorrere il tempo mi siedo in un bistrot, poi ricordando che ho quasi esaurito il rullino della macchina fotografica decido di provvedermene. Il negozio del fotografo è proprio accanto al portone di casa della dottoressa Christiane Gogois-Myquel. Entro, reggendo in mano il romanzo di Albertine Sarrazin La via traversa, che reca in copertina una bella fotografia della scrittrice.
Nell’attesa del rullino, appoggio il libro sul bancone. Il fotografo ci butta un occhio ed esclama: “Ma è Albertine Sarrazin!”.
“Sì”, rispondo, “perché la conosceva, forse?”
“Ma certo, veniva qui quasi tutti i sabati a far sviluppare e stampare delle fotografie, talvolta anche con il marito. Zoppicava un po’, ma portava i capelli lunghi, non corti come in questa fotografia sulla copertina”.
Il ricordo è preciso, e del resto la sicurezza con cui aveva riconosciuto immediatamente Albertine ne era una garanzia.
“Già”, confermo, “all’epoca portava i capelli lunghi e, secondo me, non le stavano affatto male”. Ripenso alla fotografia in mio possesso che la ritrae al tavolo di lavoro (che era anche, ahimè, come la scrittrice lamenta ne La via traversa, la tavola da cucina e da pranzo) nella Tanière, il cascinale isolato nelle Cévennes, sulla strada tra Camias e Saint-André-de-Majencoules, acquistato da Maurice Bouvier ( lo “zio” de La via traversa e il “Jean” de L’astragalo) e nel quale Albertine e il marito Julien abitarono con lo “zio”, dalla metà di novembre del 1964 fino al mese di luglio del 1965, allorché si stabiliranno a Montpellier in un piccolo appartamento nel quartiere di case popolari “ Le Petit Bard”.
In quel mentre, entra in negozio una signora con un bambino, forse un nipote a giudicare dall’età di entrambi. Getta un’occhiata sul bancone e:
“Albertine Sarrazin, ma sì, è proprio lei, la vedevo spesso il venerdì al mercato di Ganges [altra cittadina delle Cévennes]. Lessi tutti i suoi romanzi, all’epoca.”
Incredibile! Quanta gente da queste parti ha visto la scrittrice e, tra poco, potrò incontrare una persona che non solo l’ha vista, ma che anche l’ha conosciuta molto bene.
Mancano pochi minuti a mezzogiorno, è tempo di lasciare il negozio.

 

Gennaio1956, Prigione-scuola di Doullens (Dipartimento della Somme).
Albertine Sarrazin, o più esattamente Anne-Marie Renoux, come ancora per dieci mesi continuerà a chiamarsi prima che intervenga la sentenza di revoca dell’adozione (su istanza del padre adottivo, colonnello medico Amédée Renoux) e il conseguente ritorno all’originario nome di fantasia di Albertine Damien, è stata condannata due mesi prima a sette anni di reclusione dalla Corte d’Assise minorile della Senna per la rapina del 18 dicembre 1953 a Parigi.
Dalla sezione minorenni del carcere di Fresnes, ove è stata ristretta in custodia preventiva per due anni, la futura scrittrice è trasferita, nel gennaio del 1956, alla prigione-scuola di Doullens. Qui la popolazione carceraria è costituita in prevalenza da giovani detenute che non superano l’età di trent’anni circa.
Come previsto dal codice di procedura penale, le recluse devono essere sottoposte a visite medico-psicologiche. E’ in questo ambito che Anick (nome con cui Anne-Marie era stata ribattezzata dalle compagne del Buon Pastore di Marsiglia e che la scrittrice conserverà per tutta la vita, con il marito e nei rapporti sociali ed epistolari con le persone a lei più care) è sottoposta a un’expertise da parte della dottoressa Christiane Gogois-Myquel, che all’epoca esercita la sua professione ad Amiens, capoluogo del Dipartimento della Somme, da cui Doullens dista solo 35 chilometri.
La psichiatra, che tra l’altro ha alle spalle un’esperienza professionale di giovani difficili, si accorge ben presto che quella ragazza, rotonda e sovrappeso (era arrivata a Doullens che pesava oltre 65 kg. per 1 metro e 47 di statura), dai grandi occhiali da miope, possiede doti non comuni d’intelligenza e un bagaglio culturale che la distingue nettamente dalla massa delle compagne di pena.
Mantenendo costantemente un atteggiamento professionale, lucido, attento, e senza mai abbandonarsi a manifestazioni di eccessiva prossimità di sentimenti, che oltre tutto sarebbero risultate sgradite a una giovane ribelle e sempre sul chi va là nei confronti di chiunque l’avvicinasse, specie se per dovere d’ufficio, come era l’Anick di quei tempi, Christiane Gogois sa come aiutare la minorenne (all’epoca la maggiore età era a 21 anni)  a cavar fuori da sé ciò che di migliore è nella sua personalità.
Ha capito le ambizioni letterarie di Albertine. Le incoraggia, facendosi consegnare alcuni suoi scritti (contenuti nei Carnets verts), e facendoli pervenire alla redazione della rivista “Le surréalisme même” – emanazione del gruppo di Breton – che, all’insaputa dell’autrice, pubblica, nel suo primo numero, dei frammenti tratti appunto dai Carnets verts. La rivista è pubblicata dall’editore Jean-Jacques Pauvert. Nove anni dopo, allorché, per bizzarria del destino, allo stesso editore perverranno i manoscritti de L’astragalo e de La Cavale, il direttore editoriale, Jean-Pierre Castelnau, si ricorderà di quell’antico scritto e lo collegherà alle prove più mature che ha sottomano, rilevando i notevoli  progressi di stile compiuti nel frattempo dalla scrittrice.
Christiane Gogois-Myquel nel corso degli anni s’interesserà sempre, con estremo tatto, alle vicende di Albertine, come un discreto nume tutelare. Sempre sarà presente nei momenti importanti della vita di Anick, mai le farà mancare il suo sostegno amichevole, specie nelle situazioni più difficili. E non saranno poche. Le scriverà numerose lettere (e altrettante ne riceverà in risposta, interessante carteggio in gran parte ancora inedito), presenzierà al suo matrimonio, la inviterà a trascorrere, nel 1963, alcuni giorni in una residenza estiva sua e del marito sulla Costa Azzurra, farà pervenire a Simone de Beauvoir i manoscritti de L’astragalo e de La Cavale in vista della pubblicazione da Gallimard (editore, questo, che non riuscirà ad accaparrarseli, perché preceduto da Jean-Jacques Pauvert), accorrerà a L’Oratoire, sobbarcandosi un lungo viaggio da sola sulla sua piccola Citroën 2 CV, non appena avuta notizia dell’improvvisa scomparsa  della scrittrice.
Una presenza la sua, fattiva e quasi materna. Ma di una madre che non indulge al facile permissivismo, una madre misurata, che sa come si educano i figli, con affetto, ma senza smancerie.
Appena ricevuto il ferale annuncio, Christiane Gogois, fatti disdire dalla segretaria tutti gli appuntamenti professionali,  era corsa a sostenere Julien. Voleva evitare che potesse commettere qualche atto violento nei confronti dei medici che riteneva in gran parte responsabili della morte della sua adorata moglie.
Julien, come la dottoressa Gogois-Myquel ricorderà in una sua memoria inedita, accogliendo quanti venivano a rendere l’estremo saluto alla scrittrice, era “ospitale, dignitoso, efficiente come sempre,  presentava gli ospiti tra loro a bassa voce, serviva caffè e whisky, faceva ascoltare ai presenti, in sottofondo, dei brani di musica che la moglie amava...”
La memoria inedita di Christiane Gogois così prosegue:
“Albertine, la nostra Anick, nella sua camera al primo piano, circondata da amici, era adagiata sul letto, definitivamente immobile, silente. Sotto il foulard che le tratteneva i capelli, sembrava pronta per uscire nel vento... Gli occhi chiusi, l’accenno di un sorriso, lieve, enigmatico, affettuoso e pur ironico, le conferivano un’aura di mistero. Con questa sua improvvisa fuga, ancora una volta ci sorprendeva... La seconda notte rimasero solo gli intimi. A turno ciascuno di noi ha dormito un poco. Julien si era occupato di tutto, assistito da Maurice [Maurice Bouvier], le pratiche, i documenti, le persone da avvertire... Non ero capace di fare niente; venuta per offrire un aiuto, mi sentivo inutile. Avevo portato lì soltanto il mio dolore e la mia stanchezza... Parassita, testimone, non riuscivo più a capire perché fossi venuta... Si sono occupati [Julien e Maurice] del mio riposo, dei miei pasti, del mio comfort... Malgrado tutto quello che c’era da fare, malgrado la sua sofferenza, Julien si occupava di me come avrebbe potuto fare con sua madre. Io avevo un po’ rivestito questo ruolo con Anick...”   
Non assisterà, Christiane Gogois, alla sepoltura di Albertine nel cimitero di Les Matelles.
La presenza di tanta gente, venuta da Parigi e da ogni dove, stava trasformando le esequie in un evento mondano. La stampa, i fotografi, i cineoperatori. Tutto questo apparato non è consono all’indole riservata della signora Gogois, non si addice al suo dolore.
Meglio partire.
“Lasciando l’Oratoire in uno stato d’animo strano, in cui la stanchezza e la necessità d’attenzione nella guida prendevano il sopravvento sulla tristezza, mi sentivo invadere da una sorta di rabbia”, conclude la sua memoria colei che fu per Albertine Sarrazin “una madre in sedicesimo”, la madre del destino.

 

Davanti al portone dell’abitazione della dottoressa Christiane Gogois-Myquel, una giovane donna mi aspetta: è la persona che quotidianamente l’accudisce.
Attraversiamo un androne buio prima di arrivare in  una piccola corte fiorita. Salita una scala esterna, raggiungiamo l’appartamento. Entriamo. Dopo una brevissima attesa, ecco comparire, sbucata da una scala, Christiane Gogois. Stringo delicatamente la fragile mano che mi porge. Mi invita a sedere. Le faccio dono della mia traduzione italiana de “La Traversière”. Sistemo sul tavolo il mio piccolo registratore e, ottenuto il permesso, lo accendo.
Non occorre che formuli domande o solleciti  risposte perché, come mi dice subito, è sempre felice di parlare di Albertine e parlare di lei non la stanca mai, come rassicura con decisione la sua assistente che la invita a non affaticarsi.
“Ho un debole per le ragazze intelligenti”, sottolinea con un sorriso, in due occasioni, Christiane Gogois. “E Albertine era veramente intelligente!”.
“Avevamo in comune qualcosa che fin dall’inizio facilitò l’intesa: lei era nata ad Algeri, e io avevo abitato per un certo tempo in quella città”.
I ricordi si affollano con urgenza e talora disordinatamente nella mente dell’anziana signora, che rievoca appassionatamente la figura di colei che, conosciuta per ragioni professionali, sarebbe divenuta, con il trascorrere del tempo, un’amica e ancor più, una quasi-figlia.
Dai suoi discorsi colgo un aspetto dell’atteggiamento di Anick nei confronti dei genitori adottivi che spesso sfugge ai biografi della scrittrice: la riconoscenza per l’educazione ricevuta, educazione borghese fatta di buone maniere, contro le quali, per spavalderia, ostenterà disprezzo, ma che le consentirà di distinguersi sempre, anche in prigione, dalle sue compagne di sventura. E distinguersi dalla massa era una gratificazione che compiaceva al narcisismo della sua personalità.
E’, solo in apparenza, una divagazione, la lunga disamina che Christiane Gogois mi fa sulle motivazioni che spesso spingono una coppia ad adottare un bambino. Motivazioni contrastanti che non possono poi non riverberarsi nell’atteggiamento discorde che ciascuno dei genitori terrà nei riguardi del figlio graziosamente scelto nei parchi dell’Assistenza Pubblica. Il padre, spesso, è mosso dalla volontà di “dimostrare a se stesso e agli altri di essere capace di educare un figlio, in ciò soddisfacendo una sua esigenza di potere, di autorità”, mentre la madre, soprattutto, tiene a dare e a ricevere tenerezza. Il padre vuole “comandare”, la madre vuole “abbracciare”, come sintetizza, infine, la psichiatra.
I problemi della coppia si ripercuotono inevitabilmente sul bambino adottato, che non riceverà un’educazione armoniosa, ispirata a canoni pedagogici comuni e condivisi, secondo una linea direttrice ben precisa, ma sarà in balia d’insopportabili durezze e deprecabili lassismi a seconda degli umori dei genitori e dei loro rapporti interni di forza.
In una visione moderna e certo non unanimemente condivisa, sorprendente per l’età avanzata di chi la manifesta, la psichiatra arriva ad affermare che, secondo lei, in molti casi sarebbe preferibile, ad evitare le conseguenze perniciose dei contrasti all’interno della coppia, che gli adottanti fossero dei “célibataires”.
I dissidi in seno ai coniugi Renoux sarebbero, dunque, secondo la dottoressa Gogois, all’origine delle sventure della futura scrittrice che, a suo dire, aveva un’indole “docile”, su cui poi avrebbe prevalso un sentimento acuto di ribellione contro gli atteggiamenti paterni di eccessiva durezza e severità e un senso di disprezzo nei confronti della madre, succube ai voleri del pater familias e capace solo di piangere davanti all’arroganza del marito.
Suggerire, come mi verrebbe di fare in quel momento, che forse i guasti peggiori per la piccola Anne-Marie erano sopraggiunti quando, a dieci anni, era stata rinchiusa da un cugino quarantenne in un fienile e violentata, sarebbe un’indebita ingerenza nell’analisi di un’addetta ai lavori che aveva avuto varie occasioni di incontrare e conoscere la scrittrice. E poi ero lì per ascoltare, per raccogliere una testimonianza, non per esprimere miei convincimenti.
Mi tacqui.
Mi parlò poi delle sbarre della prigione-scuola di Doullens, espressamente costruite dai muratori appena più larghe del dovuto, “senza l’autorizzazione della direzione, beninteso”, precisa sorridendo Christiane Gogois, per consentire a una ragazza magra di passarvi in mezzo: solidarietà con i derelitti, da parte di una classe sociale umile che intende così, facilitando la trasgressione alla legge, manifestare la propria ribellione all’odiato potere costituito.    
Mi raccontò che Albertine, sedicenne in fuga a Parigi dopo l’evasione dal Buon Pastore di Marsiglia, aveva approfittato del soggiorno nella capitale anche per visitare musei e arricchire così le sue conoscenze artistiche. A dimostrazione di un anelito di conoscenza già in età adolescenziale.
Il sopraggiungere del suo cane nel soggiorno la portò a divagare sul luogo e sulle circostanze fortuite del primo incontro con quel robusto animale, e su altro ancora.
Spensi il registratore. 

In mezzo al frastuono dei restauri che si svolgevano nella casa accanto, nel suono invadente delle campane di mezzogiorno che sembrava non volesse mai arrestarsi, fra le feste del cane da pastore improvvisamente comparso sulla scena, Albertine era viva e presente in quella stanza dove sedevano, l’una accanto all’altro, la madre del destino e l’italiano che fin qua era giunto sulle tracce di un antico amore.


Aprile 2006

Aldo Giungi