CHRISTIANE GOGOIS-MYQUEL  (intervista di Claude Brahimi)

 

In quale occasione ha conosciuto Albertine Sarrazin?

Ero la psichiatra della prigione-scuola di Doullens, istituita intorno al 1950 nel quadro della riforma penitenziaria. La cittadella di Doullens era un penitenziario destinato a giovani donne che avevano condanne pesanti (almeno 5 anni) ma che dovevano essere scarcerate prima dell’età di 35 anni. Era un ambiente giovane.
La vita delle recluse era organizzata in piccoli gruppi affidati a delle educatrici; alle ragazze era impartito, nel rispetto della personalità di ciascuna, un insegnamento scolastico e professionale per prepararle a un reinserimento sociale.
I rapporti erano meno rigidi di quelli in uso nelle prigioni comuni.
Dopo le crisi, l’arresto, le arringhe contraddittorie e la sentenza, queste ragazze arrivavano traumatizzate, non sapendo più bene esse stesse chi fossero.
Dopo i primi incontri di gruppo, in occasione dei test collettivi (di livello, di orientamento, di “carattere”), le vedevo individualmente; molte parlavano con me volentieri; facevo poche domande.
Albertine è arrivata a Doullens con l’aureola di un dossier pesante: “intelligente e perversa” – intelligenza e cultura confermate dai test; mentiva parecchio, aveva atteggiamenti da “dura” – Ben presto tutto ciò mi è parso in gran parte una recita, non molto vero. Ho pensato che c’era in lei  altro valore.
Abbiamo parlato dei libri che amava, del violino che rimpiangeva. Avrebbe voluto sapere chi fossero i suoi veri genitori, la sua origine. Ho scritto alla Assistenza Pubblica di Algeri per cercare di saperlo.
Abbiamo avuto dei colloqui riguardanti la sua adozione. Le ho chiesto di scrivermi i suggerimenti da dare a una coppia di mia conoscenza che stava per adottare una piccola. Ha scritto un documento straziante. Iniziava in modo razionale e impersonale... poi la grafia cambiava, diventava deformata, illeggibile, un disastro, via via che si identificava nella bambina. L’ho trovata in lacrime, sull’orlo di una crisi di nervi. La sera ha avuto un attacco di “appendicite”, guarito all’indomani. Era probabilmente la conseguenza di un’emozione molto profonda.
Non era dunque priva di capacità di emozioni, per cui pensai di poter fare con lei un lavoro terapeutico.
Mi arrivò la risposta da Algeri: non sapevano niente sulle sue origini, ma l’adozione era stata revocata. Albertine non aveva più genitori, aveva perduto il cognome che sapeva di avere. E di tutto ciò non era minimamente al corrente; i suoi genitori continuavano a scriverle “cara figlia”, io non volevo dirle ciò che ero venuta a sapere e che forse non era vero, ma neppure volevo parlarle nascondendo una cosa tanto grave che la riguardava. La comunicazione tra noi si spezzò. Continuavo ad avere con lei dei contatti, ma molto superficiali. L’anno seguente evase da Doullens.

Nel Passe-peine Albertine parla delle sue tre madri (lei, la madre adottiva, e la sua vera madre), mai di suo (o dei suoi)  padre (i).

Albertine ha amato la madre adottiva con una sorta di tenerezza infantile; questa madre era l’unica testimone del suo passato. E d’altro canto quella donna amava Albertine. E’ suo padre che l’ha cacciata via, non sua madre. Albertine ha creduto a lungo che il padre adottivo fosse il suo vero padre.
Poi c’è stata la violenza carnale all’età di 10 anni. Penso che il padre non fosse un personaggio che destava il suo interesse; il solo padre che si sarebbe scelta era un padre totale, era Julien. Julien l’ha fatta rinascere, l’ha salvata, l’ha trattata con dolcezza materna; ancor prima di essere il suo amante, suo marito, è stato innanzitutto una sorta di figura paterna, figura che era stata assente nella sua infanzia; Albertine si è scontrata molto presto con suo padre, che ha rappresentato per lei una sorta di nemico che andava imbrogliato. Quando è arrivato, Julien era il salvatore, colui al quale si dà piena fiducia; accadeva per la prima volta; è stato il primo uomo che lei ha riconosciuto come padre per sé.

La mancanza d’interesse per il padre è legata forse alla scoperta del saffismo?

No. Questa scoperta è in certo modo fatale quando ci sono solo donne sotto chiave; era il caso di Albertine al Buon Pastore. E poi Albertine l’uomo l’aveva conosciuto per la prima volta sotto la veste del violentatore.

Albertine la consacra come madre. Come si è istituito questo rapporto?

Non è stato immediato. E’ dopo il matrimonio con Julien che abbiamo intrattenuto una corrispondenza che si è prolungata nel tempo; all’epoca era reclusa a Versailles. E’ stata lei che ha voluto scrivermi per annunciarmi che era stata arrestata ed è stato allora che ha cominciato a sentirmi come una figura materna. Albertine ha conosciuto l’amore materno: la balia, la madre adottiva, la signora Bourgeois, che lei chiamava madrina.
Sono stata la persona che a lei sarebbe piaciuto fosse sua madre nel mondo moderno; ero quello che a lei piaceva, una donna istruita e comprensiva.

Questa specie di investimento affettivo è frequente nella sua professione?

Sì. Era già capitato a Doullens, ma con delle recluse più rozze. Con Albertine avevo mantenuto sempre una certa distanza perché mi impensieriva un poco. Era molto beffarda e io non volevo a nessun costo pormi davanti a lei in una posizione di autorità. Avevo detto che occorreva lasciarle fare le sue scelte, lasciare che si organizzasse da sola. Non era questo il parere del direttore, che pensava occorresse impartirle quell’educazione che – secondo lui – non aveva ricevuto. Albertine, invece, aveva ricevuto un’educazione abbastanza severa che l’aveva spinta a comportarsi in maniera opposta. Altra severità era dunque inutile.
Abbastanza in fretta ho capito che era molto intelligente, originale, con capacità creative. Per lei la creatività era essenziale. L’unica cosa che potevamo fare, era lasciarle la possibilità di creare: l’ha avuta in prigione, così come avrebbe potuto averla fuori. La prigione, l’ha forse portata a concentrarsi. La cornice materiale era molto difficile da sopportare, ma, come accade, le prove fortificano coloro che riescono a conservare un io forte: fu il caso di Albertine.

Nella sua esperienza professionale, Albertine è un caso unico?

No, ve ne sono altri: Albertine era la più brillante fra quelle ragazze. Ma nelle recluse, per intelligenti che siano, vi è sempre qualcosa che si è rotto dentro di loro, perché nessuno sceglie di andare in prigione. La prigione è uno scacco.

Che cosa, nel caso di Albertine,  è da considerarsi come un successo?

La sua riuscita nella vita letteraria. Ma questo successo l’ha avuto nonostante la prigione.

Intende dire che Albertine, comunque, avrebbe  scritto?

Sì. I suoi scritti d’infanzia contengono enormi promesse. Era un’alunna molto brillante.

Il Passe-peine fa assai  poche allusioni alla vita carceraria.

La vita carceraria era diventata per lei talmente abituale che non era più necessario parlarne.
Quando in seguito Albertine ne riparla è nel momento in cui progetta di scrivere sulla prigione: diventa allora attenta a ciò che di pittoresco vi è in essa, agli avvenimenti, mentre prima la prigione era la cornice che le era stata imposta, che aveva incorporato e che non sentiva più. Albertine dice che, in certo modo, in prigione era stata libera. Non riusciva quasi più ad immaginare che c’era un di fuori. D’altronde, quando è stata arrestata la prima volta, non sapeva più come organizzare la sua vita.

Si sarebbe forse fatta arrestare per poter essere mantenuta?

Ci sono stati anche questi casi. E’difficile affermarlo, ma penso che Albertine avrebbe potuto evitare l’arresto, se avesse voluto.

Lei dice che Albertine recitava continuamente una parte. E’ stato così anche in occasione del soggiorno a casa sua,  a “L’Abreuvage”?

Si è comportata da giovane donna gradevole, dolce, timida, affascinante. Non potevo sapere se era in assoluto autentica. Ci siamo intrattenute a conversare a lungo, ma non le ho mai posto delle domande. Mi ha molto interessata quello che ha scritto nel suo Diario a proposito di questo soggiorno. L’affetto si è instaurato fra noi a poco a poco.

Lei è stata, con Julien,  la persona che è andata più a fondo nella conoscenza di Albertine. Ha l’impressione di avere scoperto certe verità insite nel personaggio?

La verità di Albertine è ciò che ha scritto.

Ma lei ha altri strumenti di approccio rispetto a un semplice lettore.

Più si hanno strumenti e meno se ne sa di qualcuno. Ciò che mi ha colpito in Albertine, è il bisogno che aveva di annotare tutto, di conservare tutto; bisogno che mi sembra collegato alla domanda: chi sono? Da dove vengo? Tutti i suoi diari erano scritti sì per diletto letterario, ma anche per il bisogno di conoscersi, di ritrovarsi, di non perdere niente di sé.

Secondo lei, Albertine è riuscita a rischiarare le zone d’ombra della sua vita?

La sua opera non era conclusa. Nei suoi primi libri si era disfatta di tutti i rancori. La sua vera opera doveva ancora venire. Non si può sapere...

 

 

Intervista alla dr.ssa Christiane Gogois-Myquel di Claude Brahimi, tratta dal mensile “Magazine littéraire” n. 114 del mese di giugno 1976. Traduzione di Aldo Giungi.