TESTIMONIANZA DI JEAN CASTELLI


Ho sentito pronunciare per la prima volta il nome di Albertine Sarrazin in un tardo pomeriggio  della primavera del 1965. Ero nel mio ufficio alla casa editrice Jean-Jacques Pauvert quando vidi entrare Jean-Pierre Castelnau, direttore editoriale, e, in questa sua veste, incaricato di leggere e scegliere fra le numerose proposte di pubblicazione di manoscritti che ricevevamo da ogni parte. Con aria grave che non rientrava nelle sue abitudini, mi porge un manoscritto dicendo:
- Questa volta, credo di aver trovato una vera scrittrice. Un po’ sorpreso, faccio ciò che si fa solitamente in questi casi, leggo la prima frase: “Il cielo si era allontanato di almeno dieci metri.”
- E’ un buon inizio, gli dico.
- Ed è così fino alla fine, mi rispose.
Avevo fra le mani il testo de “L’astragalo” di Albertine Sarrazin, che ho letto con gran piacere quella sera stessa. Poco tempo dopo – è questo il vantaggio delle strutture piccole, poter prendere le decisioni rapidamente – sottoscrivemmo un contratto per la pubblicazione dei due primi libri, L’astragalo e La Cavale, e la carriera di Albertine Sarrazin potè così iniziare.
Feci la sua conoscenza alcune settimane dopo, allorché venne a trovarci per la prima volta a Parigi. Nello stesso ufficio in cui avevo letto l’incipit de L’astragalo, vedo entrare, leggermente claudicante, una piccola donna di appena un metro e cinquanta dall’incarnato molto bruno, con dei brutti occhiali da miope che non riuscivano però a sciupare la bellezza degli occhi e del viso: un bell’ovale, sopracciglia nere molto marcate, un naso diritto, una graziosa bocca piuttosto sensuale. Era vestita male; quella era l’epoca in cui si poteva ancora distinguere immediatamente, sulla base dell’abbigliamento, una provinciale da una parigina, e Albertine “faceva” provinciale. Mi ricordo di uno spesso maglione a collo alto, bianco con larghe strisce nere verticali che proprio non le donava. Epperò dopo aver scambiato le prime parole, dimenticai gli occhiali e il maglione per vedere soltanto nella personcina che mi stava davanti un impasto d’intelligenza, di volontà e di energia. Questa giovane donna che aveva passato i più begli anni della sua vita in prigione o in latitanza, che viveva nel fondo della campagna della Linguadoca con dei piccoli malviventi che avevano anch’essi frequentato più le prigioni che le università, era perfettamente a suo agio negli uffici di quella che era allora considerata una delle più prestigiose case editrici francesi. Si esprimeva senza complessi, senza imbarazzo, senza la minima timidezza. Considerandosi, a giusto titolo d’altronde, una scrittrice, dava l’impressione di essere a casa sua in quell’ambiente. Non tardò, anzi, a darci un saggio del suo talento.
Soggetta a divieto di soggiorno a Parigi in conseguenza delle sue condanne penali, doveva chiedere al Procuratore della Repubblica l’autorizzazione a trattenersi nella capitale per promuovere il suo libro. Le domando, quindi, di scrivere una lettera in tal senso per spedirla immediatamente. Mi chiede carta e penna, si siede alla mia scrivania e, senza mai sollevare la mano e la testa, scrive rapidamente un’intera pagina al Procuratore, in cui non v’era niente da aggiungere e niente da togliere. Era perfetta e tutti noi rimanemmo stupefatti dinanzi a tanto virtuosismo. Una virtuosa, ecco la definizione che le si addiceva, perché mi ricordo del giorno in cui, meravigliandomi con lei di vederla scrivere più volte a una persona che non era certo il suo tipo e che – per di più – non mi sembrava granché, mi rispose semplicemente:
- Ah, quando scrivo una lettera non mi preoccupo del destinatario, faccio i miei esercizi.
Nel corso dei due soli anni che le sarebbero rimasti da vivere, ho incontrato Albertine più volte, ho lavorato con lei e ho imparato a conoscerla meglio. Ciò che mi affascinava in lei, oltre all’intelligenza e all’energia vitale, era la fiducia assoluta che nutriva nel proprio talento. Ogni volta che le dicevamo – il che accadeva spesso – prima della pubblicazione dei suoi due primi libri, che occorreva prepararsi all’eventualità di un fiasco, al punto di dover ricominciare daccapo con un altro libro, ci rispondeva invariabilmente:
- Non preoccupatevi, andrà bene, non può non andar bene.
In realtà, paradossalmente, era lei che faceva coraggio a noi, e gli eventi successivi avrebbero dimostrato che era lei ad avere ragione.
Era una persona per la quale la scrittura era inscindibile dalla vita. Scriveva tutti i giorni e ogni avvenimento, ogni persona incontrata, ogni nuova conoscenza diveniva reale soltanto dopo che era stata scritta nel suo diario, nelle annotazioni personali, nella corrispondenza (i suoi esercizi!). In questo campo era di un’esigenza assoluta, pari soltanto alla fede che ella aveva nel proprio talento. Non ostentava alcuna superiorità, era semplicemente ma profondamente cosciente del proprio valore. Questa convinzione, per lei evidente, unita ai traumi derivanti dai problemi che aveva dovuto affrontare nella sua esistenza, aveva prodotto comunque una certa durezza di carattere. La volontà di essere riconosciuta per quello che era faceva sì che non si preoccupasse minimamente delle convenzioni della società, società per la quale non aveva alcuna indulgenza, di cui aveva infranto le regole senza rimorsi, ma che sentiva di dover padroneggiare per raggiungere i suoi fini.
Intelligente, brava commediante, sapeva agire con scaltrezza, sapeva mostrare di sé un aspetto pacato e quasi timido, in una parola sapeva servirsi delle persone così come delle circostanze.
- Non ho un gran cuore, scrisse una volta (Lettres de la vie littéraire, 23 aprile 1966, Jean-Jacques Pauvert ed.). Si giudicava bene, ma dopotutto, l’essenza del suo valore non consisteva nella sua capacità di affetti, ma nella sua prosa.
A tal proposito è da rimpiangere che la morte l’abbia sottratta così presto al mondo delle lettere. Non aveva ancora trent’anni, aveva riempito migliaia di pagine e pubblicato tre libri, di cui uno almeno è un capolavoro. Aveva tempo davanti a sé, avrebbe potuto lavorare ancora, esplorare meglio le origini della parola scritta, che non conosceva perfettamente, e a ragione. Le biblioteche delle prigioni non sono certo fra le migliori biblioteche. Avrebbe incontrato persone diverse dai piccoli malviventi che avevano costituito fino all’epoca della pubblicazione dei suoi libri il nucleo principale delle sue frequentazioni. Con lo stesso talento, con la stessa perspicacia, con la stessa autenticità con cui aveva saputo raccontare la prigione avrebbe potuto raccontare di una società per lei nuova.
Tutto ciò, purtroppo, è solo un pio desiderio, ma ciò che ha fatto rimane e tutti coloro che apprezzano la sua opera devono unire i loro sforzi per far sì che Albertine Sarrazin non muoia ancora una volta. Sarebbe l’ultima, ma anche la più grande e l’unica fra le sventure, l’oblio, che, come mi ha spesso detto parlandomi delle sue ambizioni, avrebbe il potere di avere ragione di lei.

Jean Castelli
(Traduzione di Aldo Giungi)

La presente testimonianza è stata inviata ad Aldo Giungi, in esclusiva, dal signor Jean Castelli, già vicedirettore generale della casa editrice Jean-Jacques Pauvert di Parigi, il giorno 11 settembre 2004.